il Sinodo del 590 d.C. ed i Patriarchi

la via principale di Marano

Note ricavate dalle ricerche storiche di Mons. Elia Piu, Parroco della "Magnifica Comunità di Marano", che si ringrazia sentitamente.

La via principale di Marano, ricorda ancora con il suo nome, il più importane fatto del passato, avvenuto a Marano: il Sinodo. Nel linguaggio ecclesiastico si chiama Sinodo, una riunione di vescovi, di una zona o provincia, che si riuniscono per dibattere problemi riguardanti la fede e per emanare leggi o norme pastorali in vantaggio dei propri fedeli. Nel 590 d.C. secondo il Paschini o addirittura nel 591 d.C. (Cuscito - Storia di Grado) a Marano si tenne una riunione di questo genere. La notizia ci proviene dallo storico Paolo Diacono, il quale, nel libro 3° dell'Historia Longobardorum, dice: "Facta est Sinodus decem Episcoporum, Mariani, ubi receperunt Severum Patriarcam Aquilejensem, dantem libellum erroris sui, quia prius capitulorum damnatoribus comunicabat Ravennae ... ". "E' stato fatto un Sinodo di 10 vescovi a Mariano (certamente il nostro Marano), dove ripresero il patriarca di Aquileia Severo, dandogli il libello del suo errore, poiché prima comunicava con coloro che avevano condannato i capitoli di Ravenna".

Circa il numero dei partecipanti, che per il cividalese Paolo Diacono, era di dieci, non c'è concordanza fra gli studiosi della storia friulana. Il Paschini, nella sua Storia del Friuli, ne conta 17 e ce ne dà anche l'elenco e la loro provenienza: Pietro di Altino - Chiarissimo di Concordia - Ingenuino di Sabiona nella Rezia Seconda - Agnello di Trento - Juniore di Verona - Oronzio di Vicenza - Rustico di Treviso - Fonteio di Feltre - Agnello di Asolo - Lorenzo di Belluno - Massenzio di Giulio Carnico - Andriano di Pola - Severo di Trieste - Giovanni di Parenzo - Patrizio di Emona (odierna Lubiana) - Vindemio di Cissa (in Istria) - Giovanni di Celeja (odierna Celie, Slovenia). Vescovi che provenivano da una certa distanza e che trovarono ospitalità a Marano per tutto il tempo della durata della disputa, che non fu nè facile nè breve. Marano quindi, per essere in grado di ospitare un simile consesso, doveva essere una comunità cristiana già fiorente e doveva possedere chiesa ed attrezzature sufficienti allo scopo. C'è chi sostiene che, uno dei vescovi partecipanti era anche quello di Marano, sede vescovile a quei tempi, ma ciò non è provato da nessun serio documento.

Colui che indisse il Sinodo era il patriarca di Aquileia Severo, che a quei tempi (eravamo nel periodo delle invasioni dei Longobardi) risiedeva a Grado. Convocò i Vescovi per spiegare la sua posizione nei confronti della famosa disputa che dilaniava la chiesa: la "controversia dei tre Capitoli". Questa, che aveva preso il nome dagli scritti di Teodoro, Teodoreto e Iba era nata come disputa teologica riguardante il modo di intendere alcune verità di fede professate nel Credo, ma poi per le posizioni controverse assunte da Bisanzio e da Roma, era diventata con il passare degli anni una questione di sottomissione al Papa (a Roma) o di unione al patriarca di Costantinopoli, che già forte della sua grandezza e dello splendore dell'impero d'Oriente, di mal grado vedeva la sua sudditanza a Roma. Il patriarca Severo, a Ravenna, in seguito a maltrattamenti e all'imprigionamento, perpetrati dall'Esarca Smeragdo, aveva dovuto sottomettersi al Papa. Ritornato a Grado, trovò grande ostilità nel popolo, che non volle riceverlo finché non avesse ritrattato l'abiura. Fu così che radunò i vescovi suffraganei a Marano e qui dichiarò che l'abiura ai tre Capitoli, fatta a Ravenna, gli era stata strappata a forza, che egli l'aveva fatta, solo apparentemente, per liberarsi dalla prigione e che intendeva perseverare nel riconoscimento della posizione dottrinale di Costantinopoli, e quindi nella separazione da Roma. Fu questa, dopo molte dispute, anche la posizione dei vescovi intervenuti, i quali preferirono, non tanto per motivi dottrinali, quanto per motivi politici, stare con la potente Bisanzio, che con la decadente Roma. Per questo motivo di insubordinazione e di non comunione con Roma e con il Papa, il Sinodo di Marano è annoverato fra i sinodi sismatici. Lo scisma della Chiesa di Aquileia con Roma, però non durò a lungo, in quanto pochi anni dopo il patriarca Severo ritrattò la sua eresia e si sottomise al Papa.

Dopo la convocazione del Sinodo scismatico del 589 la storia e le cronache non parlano più di Marano Lagunare per diversi secoli: questo così lungo silenzio non può certo essere spiegato con la mancanza di avvenimenti importanti o degni di speciale menzione; ma piuttosto si deve pensare che le cronache siano state smarrite, o non siano ancora venute alla conoscenza degli studiosi.

Il nome di Marano ricompare nel celebre documento da tutti conosciuto col nome di "Privilegium Poponis" che reca la data del 14 luglio 1031. Il grande patriarca Popone, statista, guerriero legislatore e riordinatore del dominio patriarcale aquileiese, volle il paese di Marano come la più importante difesa del patriarcato dalla parte del mare. Ed elevò Marano, che allora era una piccola villa di Aquileia, ad un grado superiore: la fortificò per mezzo di alti e robusti terrapieni, la dotò di molini e di saline, e la favorì di particolari statuti, che forse si conservarono a lungo e servirono di indirizzo per la compilazione degli altri statuti speciali per Marano, emanati più tardi dalla Signoria di Venezia. L'atto di questi miglioramenti e di questi privilegi recati alla terra di Marano dal patriarca Popone viene confermato anche dalla parola del conte Girolamo Porcìa, il quale nelle sue opere chiama la terra di Marano "un castello di mezzo miglio di circuito, fortissimo per mura, terrapieni e lunga fossa in cui entra la marina, e può girare una galea, ed avente un bellissimo porto, detto Lignano, capace a contenere 400 vele". A dimostrare che il patriarca Popone elevò Marano al grado di comunità di certa importanza, sta il fatto che Marano, a mezzo del suo rappresentante, aveva il diritto di sedere in parlamento, autorità che venne poi tolta dalla Repubblica di Venezia.

La comunità di Marano, come quella di Aquileia, era governata da un podestà, il quale esigeva le rendite dei patriarchi, comminava le condanne, riscuoteva i censi, gli affitti, le decime, le imposte; interveniva al consiglio del luogo solo per tener fermi i diritti del principe, assisteva al tribunale criminale e civile della comunità, ma senza voto, cioè: tre giurati maranesi davano il loro verdetto, ed egli poi pubblicava la sentenza; nella amministrazione del comune era l'esecutore delle deliberazioni d'un consiglio popolare, che egli dirigeva. Il podestà, nel suo entrate in carica, doveva sborsare 70 marche di denaro aquileiese. Tutte queste prerogative e questi obblighi davano al podestà di Marano dei corrispondenti diritti: a lui infatti erano devolute le multe inflitte, ed altri redditi ancora; ma il più strano dei diritti, ed insieme il più onorifico, era quello che la di lui moglie, nella ricorrenza dell'ingresso d'ogni nuovo patriarca, doveva offrirgli un dono di arredi o paramenti da chiesa. Le entrate devolute al podestà dovevano perciò essere ben grandi per poter sostenere tutte queste spese.